I 100 anni del Sacchettificio Nazionale G. Corazza

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Durante l’ultimo Flexo Day 2025,  protagonista della sessione Storie d’Impresa, Alessandro Selmin – oggi alla guida del Sacchettificio Nazionale G. Corazza – ha ripercorso i passaggi chiave della storia aziendale e personale che lo hanno portato a dirigere una delle realtà più longeve del settore. Una testimonianza densa di identità familiare, scelte strategiche e capacità di evolvere in un mercato sempre più competitivo.

Corazza “Packaging specialists since 1925” è il claim che appare nella home page del Sacchettificio Nazionale G. Corazza, realtà appena entrata nel club delle aziende centenarie, che oggi conta circa 240 dipendenti, 90 milioni di fatturato e una produzione annua di 200 milioni di sacchi, con un export che oscilla tra il 70 e il 75%: una vocazione internazionale nata già negli anni ’80.

E, nonostante la diversificazione, e una forte presenza nel settore del converting, l’identità rimane saldamente ancorata alla stampa come ha tenuto a sottolineare il suo General Manager Alessandro Selmin, che ha raccontato la storia, l’evoluzione e il futuro dell’azienda di famiglia durante l’ultima edizione del Flexo Day: “prima di tutto ci sentiamo stampatori. È la nostra cultura: qualità, cura del dettaglio, attenzione al risultato”.

Una tradizione che affonda le radici nella formazione artistica del padre, tra i primi in Italia a sperimentare la stampa flessografica fuori linea negli anni ’70. Selmin ha iniziato il suo racconto ricordando di essere entrato giovanissimo dopo la laurea in Economia e Commercio alla fine degli anni ’90 nell’azienda nella quale suo padre, già Direttore Generale, aveva avuto la possibilità alla fine degli anni ’80 di entrare come socio e di gestire allo stesso tempo il passaggio aziendale dalla famiglia fondatrice Corazza a un nuovo socio di capitale. Questo aveva dato immediatamente un nuovo e forte impulso, anche di tipo manageriale, all’intera azienda, impulso che tutt’ora continua. “Forse ho bruciato qualche tappa, e probabilmente qualche esperienza esterna mi è mancata. Ma crescere dall’interno mi ha aiutato a comprendere davvero cosa significhi portare avanti una storia così lunga”, continua Selmin. Oggi, con lo sguardo rivolto alle nuove generazioni, invita però a percorsi più articolati: “Ai miei figli consiglierei prima un’esperienza fuori, per capire davvero cosa vogliono e se desiderano tornare in azienda. Se decideranno di proseguire, sarò ben felice di trasmettere loro i nostri valori e la mia esperienza, altrimenti saranno liberi di seguire la propria strada”, aggiunge Alessandro.

Una realtà con una forte storia identitaria che guarda alle sfide future con rinnovato entusiasmo

Nel suo racconto Alessandro Selmin, che ricordiamo oggi copre anche l’importante carica di Presidente di Eurosac, la federazione europea che riunisce l’80% dei produttori di sacchi in carta industriali di medio e grande contenuto, si è soffermato a lungo sulla figura del padre, imprenditore definito “lungimirante”, capace di leggere i cambiamenti e rompere schemi consolidati. Un esempio su tutti: la scelta, alla fine degli anni ’90, di entrare nel mondo dell’imballaggio flessibile, segmento distante dalla tradizione della trasformazione carta. “All’epoca sembrava quasi un’eresia, non conoscevamo materiali né processi, ma ci siamo immersi totalmente nella sperimentazione di un mondo nuovo. Abbiamo imparato, spesso affrontando le difficoltà tipiche dei pionieri. Oggi possiamo dire di aver vinto la scommessa che ha cambiato la traiettoria del gruppo, tanto che oggi il flessibile rappresenta il 50% del business complessivo”.

Sul fronte dell’innovazione, Selmin rivendica un approccio costante ma equilibrato: “cresciamo passo dopo passo. Il mercato è veloce, ma i salti troppo lunghi rischiano di compromettere ciò che è stato costruito”. Una visione fortemente legata alla solidità e alla sostenibilità economica delle scelte industriali.

Non mancano infine le riflessioni sul contesto italiano, tra burocrazia e lentezze strutturali. “Delocalizzare avrebbe portato vantaggi immediati — riconosce — ma ci avrebbe indebolito nel lungo periodo, soprattutto nella formazione delle competenze. Il capitale umano resta infatti uno degli asset fondamentali dell’azienda, così come la specializzazione in segmenti tecnicamente complessi come il pet food, dove qualità e continuità sono requisiti imprescindibili. Oggi possiamo definirci specialisti nelle sfide difficili, è ciò ci distingue ed è la caratteristica che il mercato ci riconosce”.

Ma la sfida più grande resta una, comune a gran parte del settore: le persone. “Oggi è difficile trovare collaboratori con passione, pronti a crescere e mettersi in gioco. Senza questo motore interno, nessuna tecnologia e nessun investimento possono bastare”, conclude Selmin.

A margine del suo intervento sul palco del Flexo Day, abbiamo voluto approfondire alcune tematiche che ripresentiamo nel nostro a tu per tu con Alessandro Selmin

Guardando ai prossimi 5-10 anni, quali sono le linee strategiche su cui il Sacchettificio Nazionale G. Corazza investirà maggiormente?

“Risorse umane e tecnologia per ampliare ancora una volta la diversificazione dei prodotti che possiamo fornire ai nostri clienti. Sostenibilità non solo dei prodotti forniti ai nostri clienti, ma a 360°, ossia in ottica ESG”.

Come sta cambiando la domanda dei clienti nel pet food e in che modo questo influenza le vostre scelte produttive e tecnologiche?

“Il trend verso imballaggi riciclabili e sostenibili determinato dal nuovo PPWR obbliga ad adeguamenti tecnologici e a relativi investimenti accelerati per consentire di continuare a trasformare in packaging dagli elevati standard qualitativi i materiali più recenti che sono più complessi da lavorare e ancora parzialmente in sviluppo”.

In un settore che parla sempre più di sostenibilità, quali ritiene siano gli ambiti più urgenti su cui intervenire nel mondo dei sacchi industriali e del flessibile?

“Regolamenti chiari e dettagliati il prima possibile da parte della Comunità Europea al fine di rendere operativo il prima possibile e in modo univoco e senza possibilità di interpretazioni il PPWR”.

Che tipo di competenze tecniche e umane cercate oggi in un giovane che entra in azienda?
E come pensate di attrarre nuovi talenti?

“Dobbiamo sempre più rendere interessanti le nostre aziende. Siamo una manifattura e oggi la manifattura non è attraente. Le nostre fabbriche del passato sono ormai diventate dei moderni stabilimenti di produzione ricchi di innovazioni e tecnologia. Dobbiamo continuare su questa strada trasformando il lavoro operativo sempre più in un lavoro tecnico altamente specializzato di controllo e supervisione elevando quindi questo mestiere rispetto al passato e rendendolo attraente per chi ama vedere creare ogni giorno qualche cosa grazie a tanta tecnologia. La scintilla che tutti cerchiamo negli occhi dei neo assunti è quella della passione. Sta a noi però il dovere e la responsabilità di fare di tutto per farla accendere. Certo ci vuole sempre un po’ di terreno fertile alla base”.