Geopolitica e volatilità: la resilienza del converting passa dal recupero dei solventi

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Negli ultimi anni l’industria del packaging flessibile si trova ad operare in un contesto globale caratterizzato da crescente instabilità geopolitica, volatilità energetica e tensioni nelle catene di approvvigionamento. Variabili che fino a pochi anni fa sembravano marginali rispetto alle decisioni operative quotidiane stanno oggi influenzando direttamente la competitività dei converters

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I recenti conflitti in Medio Oriente rappresentano l’ennesimo fattore di pressione su un sistema già segnato da oscillazioni nei mercati dell’energia e delle materie prime. Per il settore della stampa e del converting queste dinamiche si traducono in variazioni spesso imprevedibili nei costi e nella disponibilità di solventi fondamentali per i processi produttivi, tra cui acetato di etile, etanolo e alcol isopropilico.

Secondo diverse analisi di mercato, il consumo globale di solventi nel settore degli imballaggi flessibili supera le 6 milioni di tonnellate annue, con una domanda trainata in particolare dall’Asia e dalla crescita del packaging alimentare. In questo contesto, la volatilità dei prezzi dei solventi – strettamente legata ai costi energetici e alle dinamiche della petrolchimica – rappresenta una variabile sempre più critica per la pianificazione industriale.

Parallelamente alle tensioni geopolitiche sui mercati delle materie prime, anche il quadro normativo europeo sta evolvendo rapidamente. L’aggiornamento della Industrial Emissions Directive (IED 2010/75/EU) e l’evoluzione delle BAT Conclusions (#2020/2009) per i processi che utilizzano solventi organici stanno infatti introducendo requisiti ambientali sempre più stringenti per numerosi siti industriali.

In questo scenario, la gestione dei solventi smette di essere un tema esclusivamente tecnico o ambientale e assume una valenza strategica. Ridurre la dipendenza dalle forniture esterne e dalle fluttuazioni dei mercati, migliorando al tempo stesso le prestazioni ambientali degli impianti, diventa una leva essenziale per garantire continuità operativa, stabilità dei costi e maggiore resilienza industriale.

Le tecnologie di controllo delle emissioni di COV basate sul recupero e sulla rigenerazione dei solventi stanno acquisendo un ruolo sempre più centrale nelle strategie industriali dei converters più avanzati. Trasformare un consumo inevitabile di processo in una risorsa circolare interna allo stabilimento consente infatti non solo di ridurre l’impatto ambientale delle lavorazioni, ma anche di rafforzare l’autonomia produttiva e di diminuire l’esposizione delle aziende alle turbolenze dei mercati energetici e delle materie prime.

Abbiamo approfondito questi temi con Andrea Formigoni, CEO di DEC (Dynamic Environmental Corporation S.p.A.), per comprendere come le attuali dinamiche geopolitiche e normative stiano influenzando il mercato dei solventi e quale contributo possano offrire le tecnologie di recupero nel rafforzare competitività e sostenibilità del settore. In questo scenario, la gestione dei solventi non rappresenta più soltanto una questione ambientale, ma diventa un vero fattore strategico di competitività industriale.

I recenti conflitti in Medio Oriente stanno destabilizzando le catene di approvvigionamento. Quali ripercussioni state osservando sui prezzi dei solventi utilizzati nel converting?

“Le tensioni geopolitiche incidono innanzitutto sui costi energetici e sulla logistica marittima globale, con effetti diretti sulla filiera petrolchimica da cui derivano molti solventi industriali. Prodotti ampiamente utilizzati nel converting, come l’acetato di etile, l’etanolo o l’isopropanolo, possono subire oscillazioni rilevanti legate sia al costo delle materie prime sia alle dinamiche del trasporto internazionale. Per i converters questo si traduce in maggiore difficoltà nella pianificazione dei costi operativi e nella gestione delle scorte. In assenza di un controllo diretto sulla disponibilità del solvente, la dipendenza dal mercato esterno diventa quindi un fattore di rischio industriale sempre più rilevante”.

In questo scenario di incertezza, come può contribuire la tecnologia DEC SRU™ a supportare i produttori di imballaggio flessibile?

“La tecnologia DEC SRU™ (Solvent Recovery Unit) consente di recuperare e rigenerare il solvente proveniente dai processi di stampa e accoppiamento, rendendolo nuovamente idoneo al riutilizzo diretto nei cicli produttivi. In questo modo, una materia prima normalmente destinata alla termodistruzione viene reintegrata nel processo industriale come risorsa circolare. Oltre ai benefici ambientali, questo modello riduce significativamente la dipendenza dall’approvvigionamento di solvente vergine e attenua l’esposizione delle aziende alle fluttuazioni dei mercati energetici e petrolchimici. In un contesto caratterizzato da forte volatilità dei prezzi e tensioni logistiche globali, il recupero del solvente diventa quindi anche uno strumento concreto di stabilizzazione dei costi operativi e di resilienza industriale”.

In passato gli impianti di recupero solventi erano diffusi soprattutto nella rotocalco. Oggi anche molte aziende di accoppiamento e flexo stanno adottando queste tecnologie. Cosa è cambiato?

“Storicamente gli impianti di recupero solventi erano installati prevalentemente negli stabilimenti rotocalco o nelle linee di accoppiamento a solvente, dove i consumi più elevati giustificavano investimenti di maggiore scala. Negli ultimi anni l’evoluzione tecnologica ha reso possibile sviluppare soluzioni modulari e scalabili, come quelle basate sulla piattaforma SMS™ (Smart Modular System), che permettono di applicare il recupero dei solventi anche a contesti produttivi più flessibili e con volumi di consumo inferiori.              Le serie DEC SRU-Lam™ e DEC SRU-Flexo™ sono state sviluppate proprio con questa finalità: adattare le tecnologie di recupero alle esigenze operative dei segmenti dell’accoppiamento e della stampa flexografica, attraverso sistemi più compatti, modulari e facilmente integrabili nelle linee esistenti.”

Si parla molto di sostenibilità. Quanto incide realmente la circolarità del solvente sulla competitività industriale?

“La sostenibilità oggi è sempre più strettamente collegata all’efficienza economica. La produzione, il trasporto e la distruzione termica dei solventi – ad esempio tramite sistemi di ossidazione rigenerativa (RTO, Regenerative Thermal Oxidizer) – rappresentano infatti una quota rilevante delle emissioni indirette associate ai processi industriali.
Nel caso di solventi largamente utilizzati nel converting, come l’acetato di etile, le analisi di ciclo di vita (LCA) indicano che l’impronta complessiva può raggiungere circa 7 kg di CO₂ equivalente per ogni chilogrammo di solvente, considerando l’intero ciclo produzione–logistica–combustibile ausiliario-ossidazione termica.
Il recupero e la rigenerazione del solvente consentono quindi di ridurre in modo significativo sia il consumo di materia prima vergine sia le emissioni associate al suo ciclo di vita. Ma il beneficio non è solo ambientale: la circolarità del solvente permette anche di stabilizzare i costi operativi e di ridurre l’esposizione delle aziende alle oscillazioni dei mercati energetici e petrolchimici.
Per molte aziende del converting questo si traduce in un vantaggio competitivo concreto, oltre che in un miglioramento misurabile del proprio profilo ESG.”

Le normative ambientali europee stanno diventando sempre più stringenti. Con l’evoluzione della Industrial Emissions Directive (IED) e i nuovi orientamenti sulle Best Available Techniques, molti impianti dovranno adeguarsi a limiti emissivi più severi. Questo scenario può rappresentare anche un’opportunità per ripensare l’approccio alla gestione dei solventi?

“L’evoluzione del quadro normativo europeo, in particolare con l’Industrial Emissions Directive (IED 2010/75/EU) e i successivi aggiornamenti delle BAT Conclusions per il settore Surface Treatment (STS), sta effettivamente spingendo molte aziende a riconsiderare le proprie strategie di gestione delle emissioni. Grazie allo sviluppo di impianti sempre più compatti, efficienti e semplici da gestire, negli ultimi anni sta emergendo un approccio complementare basato sul recupero e la rigenerazione dei solventi. Le unità SRU (Solvent Recovery Unit) consentono infatti di trattare le emissioni contenenti solventi in modo conforme ai requisiti normativi, recuperando al contempo il solvente e reintegrandolo nel processo produttivo. In questo senso l’adeguamento alle nuove normative può diventare anche un’opportunità per evolvere da un modello puramente lineare di abbattimento delle emissioni (attraverso sistemi di ossidazione termica che distruggono il solvente dopo il suo utilizzo) verso un modello più circolare di gestione delle risorse (impianti di recupero solventi), con benefici sia ambientali sia economici.”

Qual è oggi il messaggio di DEC per gli stakeholders che devono decidere se investire in tecnologie di Air Pollution Control?

“Per molti anni gli investimenti in tecnologie APC sono stati guidati principalmente da esigenze di conformità normativa. Oggi la prospettiva sta cambiando. Integrare sistemi di abbattimento delle emissioni con tecnologie di recupero solventi consente infatti di trasformare un costo di compliance ambientale in un’opportunità di efficienza industriale. Il recupero del solvente permette di ridurre i costi operativi, migliorare il profilo ambientale dello stabilimento e aumentare il grado di autonomia produttiva. In un contesto globale caratterizzato da crescente volatilità dei mercati energetici e chimici, questa integrazione rappresenta un elemento sempre più importante di resilienza industriale”.

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