Sostenibilità reale e percepita: quando una soluzione di packaging può definirsi realmente sostenibile?

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Affrontiamo con Michele Bondani, titolare di Packaging in Italy, un argomento di strettissima attualità, ovvero la sostenibilità nel packaging, cercando di analizzare le piccole e grandi insidie che si celano dietro alla progettazione di una confezione che deve rispondere a pieno alle richieste di sostenibilità dal mercato

Michele Bondani, fondatore e titolare di Packaging in Italy

Nel nostro appuntamento con Michele Bondani, titolare di Packaging in Italy, affrontiamo un tema molto sentito all’interno dell’industria del packaging, ovvero quello della sostenibilità. Lo spunto per questa chiacchierata ci viene offerto dagli ultimi mesi, che, a causa dell’emergenza Covid, sembrano di fatto aver spostato l’obiettivo dei consumatori che sono passati dal demonizzare la plastica, ritenuta responsabile dell’inquinamento del pianeta, ad apprezzarne la duttilità e l’utilità in termini di sicurezza e conservazione dei prodotti, dagli alimenti ai farmaci. Non vogliamo esagerare, ma senza ombra di dubbio oggi il focus non è più quello di cercare materiali alternativi alla plastica, bensì ci si sta orientando sempre più verso il vero nocciolo della questione, ovvero la riciclabilità dei prodotti. Oggi alla plastica sparsa nell’ambiente e nei mari, si sono aggiunte le mascherine, che tutti vediamo spesso abbandonate per strada, ma nessuno si sogna di demonizzare i produttori di questi nostri nuovi strumenti di protezione.
“Esiste una sostenibilità reale che si contrappone a quella percepita dai consumatori”, esordisce Michele Bondani, “ed è su questo punto che a mio parere l’industria deve fare chiarezza e compiere scelte chiare, quasi coraggiose. Il packaging oggi è uno strumento fondamentale, di vendita e marketing a disposizione delle aziende che vogliano lanciare sul mercato un prodotto, ma sta diventando sempre di più un potentissimo strumento per comunicare messaggi di sostenibilità da parte del brand”.
Messaggi di sostenibilità che possono essere veicolati tramite la stampa sulle confezioni di indicazioni precise, come per esempio ha fatto Coca-Cola sulle bottigliette in PET, stampando sia sulla fascetta che sopra al tappo dei messaggi che invitano il consumatore a gustarsi la bevanda, ricordandosi poi di conferire la bottiglia nella raccolta differenziata della plastica, una volta consumata la bibita. È chiaro che un brand globale come Coca-Cola è in grado di gestire un ridimensionamento del proprio logo stampato sulle sue confezioni, poiché talmente iconiche e riconosciute sul mercato da non avere bisogno di ricordare ai consumatori che quella bottiglia, con quella forma ed etichetta sia effettivamente una Coca-Cola, riuscendo a veicolare attraverso il packaging messaggi di sostenibilità ambientale.

Economia circolare nel packaging
“Oggi non si può affrontare la sostenibilità nel packaging senza parlare di economia circolare e riciclabilità dei prodotti”, aggiunge Michele che col suo team in agenzia ha il compito di aiutare e guidare il suo cliente verso la progettazione di soluzioni di imballo realmente sostenibili. “Ancora oggi c’è molta confusione sul mercato, i consumatori sono disorientati e vanno dunque educati verso le migliori soluzioni realmente sostenibili. Prendiamo ad esempio una delle ultime novità in tema di confezionamento, le ‘skin-pack’ ovvero le vaschette di carne con pellicola, che grazie alla tecnologia del sottovuoto, avvolgono la carne, facendone apprezzare colori, forma, venature al consumatore. Ci sono aziende, legate all’ambito Bio, che utilizzano la pellicola skin con una vaschetta in cartone. La nuova tendenza di questo settore, oltre lo skin pack classico è quella del paperseal. Il percepito da parte del consumatore è che questa sia una soluzione sostenibile in quanto la carta, materiale naturalmente riciclabile, viene preferita alla plastica, anche se come sappiamo la carta non è riciclabile all’infinito e il suo processo di produzione richieda elevati consumi di acqua ed energia. Attenzione non voglio demonizzare in questo contesto la carta, che amo profondamente come richiamo di scelte vintage, un materiale straordinario e sicuramente riciclabile, ma non possiamo allo stesso tempo gettare la croce sulla plastica. Quindi per le confezioni in carne skin-pack, anche del segmento Bio, volendo comunicare un messaggio di sostenibilità, è meglio utilizzare una vaschetta in plastica PET, materiale perfettamente riciclabile all’infinito e quindi realmente capace di rispettare i dettami di un’economia circolare”, aggiunge Bondani centrando perfettamente il nocciolo del problema.

Cultura fra gli attori della filiera, dal brand-owner al consumatore
Siamo davanti quindi a un discorso più ampio che prevede un’educazione del consumatore al quale bisogna comunicare correttamente le scelte di sostenibilità. Tutti gli attori della filiera del packaging sono chiamati a fare la propria parte, anche se il messaggio in questione è oggi di tipo sociale e spetta anche al legislatore dettare le linee guida, comunicare a aiutare a diffondere la cultura di comportamenti sostenibili, perché se a bordo delle strade o nei nostri mari troviamo plastica, carta, mascherine, e ogni tipo di rifiuto, la causa principale non può essere l’industria che produce ma è piuttosto un evidente problema di educazione civica.

“Se fino a un paio di anni fa c’erano molte parole e pochi fatti concreti a favore di soluzioni più sostenibili, nell’ultimo anno ho notato che brand owner, in collaborazione coi loro fornitori di packaging stanno lavorando ad azioni via via sempre più concrete, per offrire soluzioni riciclabili, così da rispettare la scadenza del 2025 che attraverso la Plastic Strategy prevede l’utilizzo di plastica riciclata al 25%, per passare al 30% nel 2030, abolendo invece già dal 2021 prodotti plastici monouso. In passato i brand owner, animati da buoni propositi, quando volevano affrontare il tema della sostenibilità, si scontravano poi con la realtà dei costi, cercando soluzioni alternative, non sempre in linea con l’obiettivo della riciclabilità reale, e cadendo più nella tentazione di proporre ai consumatori delle soluzioni di sostenibilità percepita. Oggi non è più così, e i brand hanno capito che affrontare queste problematiche correttamente li ripaga anche da un punto di vista dei costi, considerando questa spesa un investimento per il futuro dell’ambiente in primis ma anche per la continuità della propria azienda. La nuova generazione di consumatori ormai alle porte, ovvero i ragazzini di oggi, sono molto ricettivi verso queste tematiche e le loro abitudini di acquisto saranno sempre più rivolte verso prodotti che siano in grado di rispettare i criteri della sostenibilità. Chiudo con un esempio di vita familiare che mi ha visto soccombere nei confronti di mia figlia quindicenne, la quale all’ennesimo pacco ricevuto a casa, mi ha invitato a raggruppare i prodotti in un unico ordinativo così da ricevere i prodotti con una sola consegna. Sono rimasto favorevolmente colpito dalla sua propensione verso un’abitudine di acquisto più consapevole”.