Giflex: plastic strategy e nuove opportunità di business

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Trasferta spagnola in quel di Barcellona per l’edizione 2018 del Congresso d’autunno Giflex, che quest’anno ha focalizzato la propria attenzione sui temi della sostenibilità, dell’economia circolare oltre a fornire una panoramica sui futuri trend che interesseranno il comparto nei prossimi anni.

 

Michele Guala, Presidente di Giflex

Congresso d’autunno Giflex molto partecipato anche in questa edizione al di fuori dei confini nazionali con oltre 200 addetti ai lavori che sono giunti a Barcellona lo scorso 11 e 12 ottobre per partecipare ai lavori. Due le tematiche principali affrontate: sostenibilità/economia circolare e la voglia di guardare al futuro con le nuove opportunità di business offerte dai nuovi trend di consumo e dalle nuove tecnologie.

 

Il mercato globale dell’imballaggio flessibile
Michele Guala in qualità di Presidente di Giflex ha aperto i lavori con uno sguardo ai dati macroeconomici del settore che anche nel 2017 cresce a livello mondiale del 4,5% toccando 86 miliardi di dollari di fatturato e con una crescita stimata al 2022 di 107 miliardi di dollari. A livello europeo l’imballaggio flessibile vale poco più di 15 miliardi di dollari, con una crescita europea attestata al 2% circa.
Per quanto riguarda il mercato italiano, anche qui il trend è in continua crescita anche grazie alle esportazioni che valgono il 50% dell’intera produzione nazionale. Il settore è dunque estremamente vitale, e anche alla luce di numeri positivi, non può che porsi al mercato in maniera proattiva verso tutte quelle tematiche legate alla sostenibilità e all’economia circolare sui quali i consumatori oggi risultano essere molto più attenti rispetto al passato e ai quali l’industria dell’imballaggio flessibile, ma non solo, deve fornire risposte e azioni concrete per cercare di arginare il problema del fine vita del packaging.

 

2018 l’anno della Plastic strategy
“Centinaia di migliaia di tonnellate di plastica ogni anno finiscono nel mare”, dice Michele Guala, “e questi sono fatti incontrovertibili sui quali se fino a ieri ci siamo girati dall’altra parte facendo finta di non vedere, oggi un atteggiamento simile non è più giustificabile. Giflex, con le aziende associate, è chiamata a giocare il proprio ruolo in una partita importante con più attori. Da un lato abbiamo il mercato e i consumatori, dall’altro dobbiamo far capire al legislatore chi siamo, cosa facciamo e come possiamo interagire per cambiare questa situazione ormai insostenibile”.
I numeri di questo enorme problema sono eclatanti: ogni anno 150.000-500.000 tonnellate di plastica arriva in Europa dagli oceani. L’Europa da questo punto di vista ha compiuto un passo in avanti, domandandosi come gestire il problema e quali azioni mettere in atto per il futuro, da qui i documenti della Commissione Europea sulla “Plastic Strategy”, “Single Use Plastics Proposal” e “Packaging Waste Directive.
La Plastic Strategy redatta nel gennaio 2018 prevede che entro il 2030 tutto l’imballaggio immesso sul mercato europeo sarà riutilizzabile o riciclabile in maniera economicamente sostenibile. “Dobbiamo passare dall’economia lineare a quella circolare, certamente non è semplice e ci vorranno degli anni, ma dobbiamo assolutamente impegnarci affinché riciclo e basso impatto ambientale siano due facce della stessa medaglia”, aggiunge Guala.
La “Single use plastic e marine litter” del maggio 2018 affronta il problema partendo da quanto materiale viene riversato oggi nei mari e finisce sulle nostre spiagge.
“I prodotti dell’industria dell’imballaggio flessibile rientrano molto spesso nelle categorie elencate all’interno di quest’ultimo documento, il quale definisce inoltre delle proposte per una corretta gestione del fine vita. Giflex e le aziende associate dovranno studiare questi documenti e inserirsi all’interno di queste categorie, per avere un futuro all’interno di questo comparto, e soprattutto per gestire in maniera corretta l’imballo con una catena di separazione, recupero e riciclo che sia anche economicamente sostenibile poiché la direttiva dà al produttore dell’imballaggio una responsabilità estesa sui costi generati a valle. In questo percorso non potremo più ragionare singolarmente ma anche a livello associativo siamo chiamati a collaborare con altri soggetti per l’interesse comune, nella visione di un lungo termine che progetti una filiera del packaging più sostenibile”, conclude Guala auspicando una maggiore interazione fra tutte le associazioni del mondo plastico, Flexible Packaging Europe, Giflex, Ceflex sul fronte imballaggi flessibili e Eupc, Unionplast e Corepla in rappresentanza dei trasformatori di plastica, per una azione congiunta e proattiva.

 

Riflettori sul packaging: strategie di sostenibilità tra orientamenti istituzionali e trend di consumo
La prof.ssa Claudia Vurro del dipartimento di Economia, Management e Metodi Quantitativi dell’Università degli Studi di Milano ha spiegato l’importanza e il valore che può ottenere un’azienda che decida di adottare strategie e comportamenti sostenibili. “La sostenibilità è sicuramente un tema rilevante, ma è molto difficile per le aziende adeguarsi e cambiare per poter beneficiare di questo approccio. Del 90% delle imprese che ritengono la sostenibilità rilevante, solo il 25% riesce a beneficiare di ritorni concreti sul business, perciò trovare le connessioni tra quelli che sono gli obiettivi di policy generale e ciò che l’industria degli imballaggi fa quotidianamente è un ottimo punto di partenza”.
Il packaging gioca un ruolo primario per quanto riguarda il consumo responsabile, perché spesso guida il processo di acquisto attraverso le informazioni che comunica, inoltre molte ricerche testimoniano che i consumatori sono disposti a pagare di più (72%) per prodotti confezionati in packaging sostenibili. Purtroppo, il packaging per quanto riguarda il tema dell’inquinamento dei mari viene invece visto come uno dei principali problemi da risolvere.
“Da osservatore esterno penso che il comparto dell’imballaggio flessibile, per quanto poco conosciuto, abbia le risorse e le competenze per cogliere le opportunità di queste nuove sfide, e molto spesso risulta la scelta di imballaggio migliore sia per la protezione e conservazione del prodotto che per quanto riguarda la riciclabilità dei materiali. Ecco magari bisognerebbe comunicare in maniera importante il valore dei vostri prodotti e soluzioni ai consumatori”, conclude la prof.ssa Vurro.

 

Come si comportano i clienti dei supermercati?
Marc Malagelada, fondatore e partner di Insiteout, società con sede a Barcellona, che si occupa di e-commerce e marketing online, ha parlato delle nuove abitudini dei consumatori, sempre più attenti ai temi etici, per loro l’acquisto dei prodotti si trasforma in una vera e propria esperienza emozionale.
Tutto avviene velocemente, e le vendite on line hanno completamente stravolto il processo decisionale d’acquisto che in passato si definiva in tre fasi: lo stimolo, il primo e il secondo momento della verità; oggi c’è lo ZMOT, uno degli acronimi più diffusi nel marketing. Si tratta dello Zero Moment Of Truth, cioè il momento zero della verità e definisce il comportamento d’acquisto del consumatore digitale. Avviene sempre online sui vari canali di ricerca (da Google ad Amazon a qualunque altro sito che consente di vedere/scegliere/acquistare), e infatti non è più il prodotto a dover cercare il consumatore, ma è quest’ultimo che ricerca informazioni relative al prodotto e servizio che vuole acquistare, ovviamente coinvolge molte persone attraverso la condivisione di pareri-esperienze, idee online, e può verificarsi in qualunque momento del giorno e della notte.
Malagelada ha concluso il suo intervento con una bella citazione di Maya Angelou (1928-2014) poetessa, attrice e ballerina statunitense: “le persone dimenticheranno ciò che hai detto, ciò che hai fatto, ma non scorderanno mai come le hai fatte sentire”.

 

Le possibili soluzioni per combattere l’inquinamento dei mari
Alberto Palaveri ha aperto la seconda giornata di convegno ricordando come gli imballaggi in plastica siano al centro di un grande dibattito e purtroppo legati al terribile inquinamento degli oceani. L’argomento è stato affrontato da Bernard Merkx, co-fondatore di Waste Free Oceans, un’organizzazione internazionale con sede a Bruxelles, che si occupa di coordinare recupero, riciclo e riutilizzo dei rifiuti plastici raccolti in mare. Si tratta di un nuovo modello di riciclo dei rifiuti, che vengono raccolti in mare da pescatori e consegnati a diverse società di riciclo specializzate, per farne prodotti nuovi. L’organizzazione collabora anche con i trasformatori e con i marchi per ottimizzare al massimo le risorse di plastica disponibili. Importanti le collaborazioni con le comunità dei pescatori, altri attori coinvolti nel settore marino, i servizi pubblici e industriali.
Si tratta di progetti che hanno dato già risultati concreti, come la bottiglia proposta da Ecover, produttore statunitense di prodotti detergenti, che ha realizzato una bottiglia fatta per il 50% con la plastica raccolta nei mari e il resto con plastica riciclata (PCR).
Investire nell’economia circolare non può che avere enormi benefici: salvaguardia delle risorse naturali, diminuzione delle emissioni di CO2, creazione di nuove figure professionali “green”, e infine potrà essere un importante strumento per la trasformazione sociale stimolando innovazione e progresso sostenibile.

Serena Carpentieri ha fornito la posizione di Legambiente sulla Plastic Strategy europea, che è una grande opportunità, anche alla luce del fatto che in Europa solo il 30% della plastica viene riciclata e di questa solo il 6% viene usata per la produzione di nuovi oggetti. “L’emergenza dell’inquinamento dei mari ha avuto una potenza mediatica globale e i consumatori ne sono rimasti emotivamente molto coinvolti. Questo problema può diventare per l’industria degli imballaggi in plastica un argomento a proprio favore per contribuire a diffondere nell’opinione pubblica nuova consapevolezza sul valore della plastica.
Esistono delle case-history di successo in tal senso, per proporre soluzioni quasi impensabili, come quella messa in atto da Fater, un progetto italiano per riciclare un prodotto irriciclabile per definizione come i pannolini o in generale dei prodotti assorbenti, che rappresentano il 2,5% dei rifiuti solidi urbani e ammontano a circa 900.000 tonnellate e che oggi vengono smaltiti in discarica (71%) o inceneriti (29%).

 

Le nuove tecnologie a supporto della distribuzione moderna
Jegor Levkovskiy, co-fondatore di Checkout Technologies, società che si occupa di intelligenza artificiale e computer vision per il mondo della GDO, ha fornito alla platea uno sguardo sul packaging, visto però da chi analizza le vendite dei prodotti. Levkovskiy con la sua start-up sta lavorando con la grande distribuzione per creare quelli che saranno i nuovi modelli di business e standard fra qualche anno, anche alla luce di nuove tendenze che vedono sempre più i negozi di e-commerce creare anche negozi fisici. Il packaging ideale per ogni brand è senz’altro quello che non dà vincoli su forma, materiale e colore e grazie a computer vision o intelligenza artificiale può essere letto da qualsiasi lettore automatico senza che vi siano codici a barre stampati sulle confezioni. “La computer vision viene utilizzata mediante robot automatici per effettuare l’inventario di un negozio a fine giornata e riconoscere velocemente i prodotti da riposizionare sullo scaffale, piuttosto che essere utilizzata per il riconoscimento furti”, dice Levkovskiy, che poi prosegue – “Il pack del futuro dovrà rispondere a quelle che sono le esigenze e aspettative del cliente, che compra in maniera più frequente rispetto al passato ma quantità più piccole ed è particolarmente attendo a qualità, rispetto ambientale e personalizzazione”. L’industria del packaging attraverso idee innovative come la realtà aumentata e l’impiego di materiali intelligenti ma biodegradabili potrà pertanto garantirsi un futuro sempre più florido, come del resto le stime di crescita per questo comparto testimoniano di anno in anno.

 

Packaging design e comportamenti di consumo: il contributo delle neuroscienze
Al prof. Vincenzo Russo, psicologo e professore dell’Università IULM il compito di chiudere la due giorni di lavori con una interessante presentazione sui comportamenti di acquisto dei consumatori. “Quando intervistiamo i consumatori sui loro comportamenti di acquisto, notiamo la riscoperta dell’essenziale”, esordisce il prof. Russo. Il consumatore dopo l’avvento della crisi del 2008 è diventato più frugale, concentra gli acquisti ed evita gli sprechi ma soprattutto frequenta meno la GDO. Il packaging e i suoi colori sono gli elementi essenziali a guidare il consumatore nel suo processo di acquisto, ancor più del brand o del nome del prodotto, evidenziando ancora una volta quanto sia irrazionale il procedimento di acquisto. Ogni colore ha significati ben precisi su una confezione, pertanto un pacchetto di caffè colorato di giallo verrà percepito dal consumatore con un aroma meno forte rispetto a quello contenuto nella confezione blu che sta a indicare un aroma medio o ancor di più quella rossa o marrone che indicano un aroma forte. Con la stessa logica, anche se riferita alla consistenza della confezione, un packaging a più strati fa percepire il prodotto migliore o l’impiego di determinati materiali lasciano intendere un grado di freschezza e naturalezza del prodotto superiore. “Ciò accade poiché il 50% del nostro cervello è coinvolto nella percezione visiva mentre solo l’1% è dedicato alla percezione del gusto.  Il nostro cervello attiva diverse parti di sé a seconda che il consumatore si trovi dinanzi a un prodotto presentato con determinate caratteristiche”, aggiunge il prof. Russo. Esemplare l’esperimento condotto da una caffetteria negli Stati Uniti che ha messo in vendita diversi prodotti con differenti etichette e si è notato che grazie a etichette descrittive le vendite sono aumentate del 27%. I consumatori hanno dichiarato di essere disponibili a pagare quasi il 10% in più per ogni voce di menù descrittivo, percependo inoltre la stessa caffetteria come qualitativamente migliore. Ci sono ricerche che hanno dimostrato che leggere determinate parole come caffè o profumo attivano aree del cervello legate ai profumi.
“Noi lavoriamo spesso con aziende vinicole alle quali cerco di far capire che sull’etichetta è necessario inserire parole o grafiche in grado di attivare le aree del cervello che guideranno il consumatore verso l’acquisto di quel prodotto e tutto ciò non ha nulla a che vedere con la razionalità. La difficoltà sta oggi nel misurare le emozioni, ma la tecnologia ci viene in aiuto e oggi attraverso una serie di strumenti possiamo avere risposte scientifiche sui comportamenti dei consumatori dinanzi a determinati stimoli o sulla percezione di prodotti e packaging per capirne l’effettiva validità, poiché se lo chiedessimo direttamente alla persona coinvolta non avremmo mai la risposta reale”, conclude il prof. Russo che con il suo team lavora da anni insieme alle aziende per aiutarle nelle loro scelte di marketing legate al packaging o addirittura al posizionamento degli stessi prodotti a scaffale.

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